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Fabrizio De André, vent’anni di eternità

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Sono passati 20 anni da quell’11 Gennaio 1999 in cui il cantautore italiano Fabrizio De André, ad un passo dal compiere 59 anni, muore a Milano per l’aggravarsi di un carcinoma polmonare.  Vent’anni possono sembrare troppi in un mondo che procede a ritmi così veloci come il nostro, eppure le sue canzoni sono apprezzate da chiunque si accosti alla sua musica. Persino i più giovani, sempre a caccia del trend del momento, rimangono affascinati dal cantautore ligure nonostante sia di un’altra generazione e abbia un modo molto diverso di fare musica rispetto ad oggi.

Nato in “un ghetto di umanità platealmente respinta” come Via del Campo, ha saputo raccontare se stesso e quel mondo che lui ben conosceva tanto da essere ricordato come “il cantautore degli emarginati” o “il poeta degli sconfitti”.

Le sue canzoni sono considerate poesie, anche se lui di essere poeta non voleva sentirne parlare. Si rivolgono all’umanità in modo semplice e comprensibile, trattando temi anticonvenzionali come la marginalità, il sesso e l’arroganza del potere, misti ad elementi di cronaca e di satira. Sempre prediligendo il formato della ballata, all’inizio utilizzò uno stile asciutto facendo leva sulla sola chitarra senza troppi contrappunti ma poi non disdegnò sonorità orchestrali e drammatiche e uno stile più vicino al folk-rock arrivando persino ad usare strumenti etnici acustici nell’album Crêuza de mä (1984).

Queste caratteristiche ne fanno, per gran parte della critica, uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi. Il premio Oscar Nicola Piovani afferma che, sebbene De André non sia stato mai di moda, mentre questa, effimera per definizione, passa, le sue canzoni restano. Come non dargli ragione del resto, in una società come la nostra in cui i cantanti fanno fatica a strappare il biglietto per l’eternità . La loro musica, infatti, è  un fuoco di paglia che oggi fa rumore e domani sarà forse dimenticata e rimpiazzata dal successo di altri cantanti più virali. Basta chiedere a qualcuno, anche giovane, di canticchiare a memoria un recente successo o una canzone di De André e sarà più probabile che ricordi qualche strofa di “La canzone di Marinella “ o “ La guerra di Piero”.

Bisogna stare attenti, però, a non cadere nella trappola del passato creando una barriera tra ciò che è e ciò che è stato, considerando la musica di oggi espressione di una generazione senza valori. A tal proposito, De André affermò: “Io penso che non è che i giovani d’oggi non abbiano valori; hanno sicuramente dei valori che noi non siamo ancora riusciti a capir bene, perché siamo troppo affezionati ai nostri”.

La sua capacità di raccontare la vita con uno sguardo benevolo e attento, il suo messaggio universale e trasversale per le diverse generazioni, fanno sì che Fabrizio De André e la sua musica non siano morti vent’anni fa ma rimangano in eterno.

Alessio Cristini

Foto: Credit fabriziodeandre.it

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